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Il Codice Atlantico, senza dubbio il più famoso dei manoscritti vinciani, si compone di scritti e disegni che abbracciano un periodo di oltre quarant’anni, dal 1478 al 1519, gli anni nei quali il genio di Leonardo ebbe compiutamente modo di esprimersi.

I temi trattati sono i più vari: arte militare, fisica, idraulica, astronomia, geometria, progettazione di macchine per uso civile, architettura, pittura.

Nell’arte militare, con i numerosi disegni di bombarde, in particolare quelle rigate; i disegni di barche da guerra, l’accenno ai battelli a vapore; gli svariati e ingegnosi studi di fortezze.
Nella fisica, con le osservazioni sulla luce, sull’acustica, sulla gravità, sull’equilibrio.
Nell’idraulica, con le varie macchine per sollevare l’acqua, e con i disegni di scavi e sostegni per canali navigabili.
Nell’astronomia, con le osservazioni sul moto della terra.
Nella geometria, con gli schizzi preparatori alle figure destinate al trattato De Divina Proportione di Luca Pacioli; con gli studi per la misurazione della superficie terrestre.
Nei lavori industriali di ogni genere, con le macchine per segare marmi e legnami, con i metodi per comporre pavimenti, serrature, opere tessili; per le fusioni in bronzo.
Nell’architettura, con i numerosi studi di edifici, cupole e relative piante. Nella pittura, con gli studi sulla prospettiva e le osservazioni sulle tecniche pittoriche.

Il Codice così come noi lo conosciamo è dovuto all’intraprendenza dello scultore Pompeo Leoni (1533-1608), grande collezionista d’arte, che attorno al 1588 convinse il conte Melzi, nipote di quel Francesco Melzi amico ed erede di Leonardo, a cedergli gran parte dei fogli manoscritti di Leonardo da Vinci in suo possesso.
Con l’intento di dare maggiore rilievo alla raccolta decise di scomporre i fogli originali per formare un volume di maggior mole, nel quale potessero trovare posto tutti i 1119 fogli di piccole e grandi dimensioni in suo possesso. Il Codice fu poi definito “Atlantico” proprio per la sua mole. Non ci è dato sapere se la composizione del Codice Atlantico sia stata compiuta a Milano o in Spagna, dove il Leoni spesso soggiornava essendo al pari di suo padre, Leone Leoni, lo scultore prediletto di Filippo II: la legatura del volume, che potrebbe ritenersi lavoro spagnolo, non esclude questa seconda ipotesi.

In ogni caso il Codice Atlantico fu riportato in Italia verso il 1604, quando Pompeo Leoni tornò a Milano, dove sarebbe morto quattro anni dopo. Alla sua morte la grande raccolta pervenne in eredità al milanese Cleodoro Calchi, genero del Leoni, il quale ebbe a cederlo per una forte somma al conte Galeazzo Arconati, il quale, nel 1637, ne fece dono alla Biblioteca Ambrosiana (la donazione è ricordata con una lapide posta nella Biblioteca). Nell’atto di donazione, steso in data 22 gennaio 1637, il Codice Atlantico si trova così descritto:

“Il primo è un libro grande, cioè lungo oncie tredici da legname et largo oncie nove e mezza, coperto di corame rosso stampato con duoi fregi d’oro con quattro arme d’aquile, e leoni, e quattro fiorami nelli cantoni tanto da una parte quanto dall’altra esteriormente, con lettere d’oro dambo le parti che dicono:
Disegni di Machine et delle Arti Secrete, e altre cose di Leonardo da Vinci raccolti da Pompeo Leoni, nella schiena vi sono sette fiorami d’oro, con quattordeci fregi d’oro, il qual libro è di fogli trecento novantatrè di carta reale per rispetto dello sfogliato, ma vi ne sono altri fogli sei di più dello sfogliato sì che sono fogli in tutto Num. 399 nei quali vi sono riposte diverse carte di disegni al num. di mille settecento cinquanta”.

Il Codice Atlantico rimase custodito nella Biblioteca Ambrosiana sino al 1796, quando l’esercito francese guidato da Napoleone Bonaparte entrò in Milano.

Pochi giorni dopo l’arrivo dei francesi fu emessa un’ordinanza che stabiliva che il Codice Atlantico, insieme agli altri Codici di Leonardo e ad altre opere d’arte custodite nella Biblioteca Ambrosiana, dovevano essere trasferiti a Parigi.
Solo diciannove anni dopo quella la spoliazione, il Codice Atlantico avrebbe ripreso l’antico posto nella Biblioteca Ambrosiana, mentre gli altri dodici Codici, ora conosciuti come Codici di Francia, per una serie di sfortunate circostanze, rimasero definitivamente in Francia.

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